Tassare il web?

Che cos'è la Web Tax?

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Tassare il web?

Oggi parleremo della tassa che ha causato accese polemiche e preoccupazioni per noi internauti: la Web Tax, ovvero la nuova tassa per imprese e professionisti che operano nel settore della pubblicità on line.

Nella sua versione originale la Web Tax prevedeva l’obbligo di aprire una partita Iva italiana per tutte le aziende che vendono qualsiasi cosa on line nel nostro Paese, compresi i beni fisici; successivamente modificata l’imposizione è stata eliminata per l’e-commerce ma è rimasta per la vendita di spazi pubblicitari e di link sponsorizzati on line.
Quindi se si intende acquisire spazi pubblicitari on line e link sponsorizzati che appaiono nelle pagine dei risultati dei motori di ricerca o che appaiono quando si vede un sito internet, tali spazi devono essere acquistati solo attraverso soggetti quali editori, concessionarie pubblicitarie, motori di ricerca e ogni altro operatore pubblicitario titolare di partita Iva.

Sempre in merito alla Web Tax, la legge di stabilità 2014 prevede che l’acquisto di servizi pubblicitari on line o servizi ausiliari deve essere effettuato solo ed esclusivamente mediante bonifico bancario o postale o con altri mezzi di pagamento tracciabili con il numero identificativo del beneficiario, al fine di permettere tutti i controlli del Fisco.
Alla base c’è un problema reale: le aziende straniere che vendono prodotti e servizi via Internet in Italia, infatti, al momento pagano pochissime imposte nel nostro Paese. Ne preferiscono altri con trattamenti più convenienti, all’interno della stessa Ue. Gli introiti realizzati in Italia figurano come ricavi di servizi prestati da altre società del gruppo, con sede altrove, e questo crea un’elusione fiscale che penalizza l’Agenzia delle entrate e distorce la concorrenza a sfavore dei venditori italiani di beni, servizi o spazi pubblicitari.

Diversi osservatori dell’economia digitale hanno messo in guardia dalle possibili conseguenze di questa legge. Il rischio connesso è che e migliaia di start-up e di piccole società straniere debbano dotarsi di partita Iva e buona parte di queste aziende estere, probabilmente, preferirebbe rinunciare al nostro mercato, tagliando fuori l’Italia dalla net economy e ostacolandone lo sviluppo tecnologico.
A molti editori nazionali la web tax in realtà piace, perché in un momento di crisi dei loro settori più tradizionali il vantaggio fiscale dei giganti di Internet rende ancora più difficile fare loro concorrenza.
L’entrata in vigore della Web Tax (prevista da gennaio 2014 e poi rinviata a luglio) introdotta dalla legge di stabilità formulata del Governo Letta è ufficialmente abrogata dal governo Renzi con il dl Salva Roma ter., rinviando il tutto ad una norma dal quadro europeo. Ma potrebbe risorgere grazie a una norma contenuta nella Delega fiscale e che venne introdotta nel ddl a settembre con un emendamento di Ernesto Carbone (Pd), deputato molto vicino a Renzi.

L’Unione Europea è molto in ritardo con l’introduzione della direttiva per la disciplina del mercato dei servizi online, e in vari paesi c’è una forte spinta per affrontare il tema. I giganti di internet pagano poche tasse in Europa, ma questo avviene grazie alle normative degli stessi paesi dell’UE, e solo affrontando il tema dell’armonizzazione fiscale del mercato unico si potrà pensare di risolvere la situazione.

Servono norme comuni che impediscano l’elusione senza uccidere l’innovazione. Intanto vi consiglio di affrettarvi a concludere i vostri investimenti online.

Se pensate anche voi che prima o poi dovete entrare nel mondo del Web, adesso è il momento giusto per farlo prima che tassino anche questo!

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